Niccolò, oggi.

Come ve la immaginate una persona su cui da piccola è stata fatta violenza?

Come ve la immaginate una persona che è stata picchiata per circa 12 anni quasi tutti i giorni?

Sapreste riconoscerla tra centinaia di persone? O tra dieci, o avendola semplicemente davanti… Non credo! Almeno questo è quello che è successo e succede tutti i giorni a Niccolò, tutti quelli che ha incontrato fino ad ora non ci sono riusciti, forse non si nota tanto se non si conosce la storia, non ci si fa tanto caso alle piccole cose. Infatti non starò qui a scrivervi su come riconoscere una persona violentata, perché è impossibile, ognuno reagisce in modo diverso, c’è chi lo dice e chi come Niccolò continua a fare finta di nulla, per paura di essere escluso dai suoi amici, per vergogna, si contano sulle dita delle mani le persone che “sanno” e le stesse persone non hanno fatto nulla, o meglio non hanno potuto fare nulla per sistemare la situazione, quindi perché parlarne? Alcune hanno fatto finta di non vedere, altre lo hanno saputo quando ormai era troppo tardi. Ma tutti hanno in comune una cosa, il fatto che neanche con loro Niccolò ne parla, per lui tutto è come se loro non sapessero, delle volte si ricorda che loro sanno e si sente in imbarazzo, si ritrova a chiedersi cosa pensano di lui quelle persone…

Niccolò ora cerca in tutti i modi di non pensarci, di far finta di nulla e al contrario di prima, quando doveva sforzarsi per farlo ora gli viene spontaneo. Ora ride, è finalmente libero da tutto e può essere un ragazzo QUASI del tutto “normale”, come tanti, che fa amicizia, esce con gli amici e che soprattutto VIVE.

Ci sono delle volte invece in cui il vero Niccolò esce fuori, ci sono volte in cui il passato torna a trovarlo. Se c’è una cosa che Niccolò ama sono le foto, quelle vecchie, per ricordare i pochi momenti felici da bambino. È l’unico modo che ha purtroppo per vivere/rivivere quei momenti, che non torneranno più, momenti che ha perso per sempre, strappati via dalle botte di un mostro che si divertiva a fargli del male. Appena ha un po’ di tempo libero apre il mobile che si trova il salotto e tira fuori più album delle foto possibili. Il suo preferito è quello con la copertina marrone, è grandissimo e penso contenga un cinquanta foto. Mentre sfoglia le pagine e guarda le foto, pensa e immagina come sarebbe stata la sua vita se a farne parte non fosse entrata anche ELLE, a come sarebbe stata se non fosse stato picchiato e deriso, a come sarebbe stata se non fosse stato costretto a trattare uno schifo la madre e tutti quelli che a ELLE non andavano bene. Ripensa a tutte le volte che li ha delusi, che ha dovuto fare cose che non voleva. DOVEVA, altrimenti ELLE lo picchiava. Piange. Perché realizza che avrebbe potuto avere una vita bellissima, come ogni bambino, ridere, giocare. Piange per tutto quello che ha perso. Con dei genitori separati certo, ma non importava, magari lo zio che ora tanto lo odia gli avrebbe voluto bene come quando era piccolo e almeno non avrebbe sofferto per 12 anni le continue botte di ELLE. Ripensa a tutte le cose che non ha potuto fare da bambino, a tutti i lividi sia sulla pelle che nel cuore e la rabbia prevale sul rancore. Goccioloni di lacrime scendono lungo le sue guance, mentre gli occhi si fanno sempre più rossi. Molte volte per sfogare tutto il dolore tira pugni all’armadio. Dolore? Tanto. Ma comunque meno di quello che prova dentro e che ha dovuto provare.

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“Volano” pugni.

Sono passati un bel po’ di anni da quel giorno, era il mese di Aprile, prima che Niccolò facesse gli anni. Ne doveva compiere 10. Il padre per il compleanno dati i buoni voti a scuola aveva deciso di portarlo a Disneyland a Parigi e naturalmente con loro era andata anche la compagna del padre, ELLE, il MOSTRO.

Vi risparmio tutti i dettagli del viaggio, in cui ELLE non perdeva tempo ad arrabbiarsi col piccolo per motivi futili, così, probabilmente solo per rovinargli il viaggio. O perché era nervosa e quindi si sfogava sul bambino, tutto naturalmente lontano dagli occhi del padre. Si, anche lì, in quel contesto felice non aveva mancato al suo impulso di far del male al povero Niccolò, sia fisicamente che mentalmente. Secondo me ci godeva…

Era l’ultimo giorno del viaggio durato una settimana e dopo aver fatto colazione, prima di andare in Aeroporto il padre portò il bambino a delle giostrine che si trovavano per strada. Niccolò prese delle piccole confezioni di Nutella dal buffet dell’hotel e se le mise in tasca, come aveva fatto anche tutti gli altri giorni e come avevano fatto anche il padre e ELLE. Se c’era una cosa che Niccolò amava era giocare e appena ne trovava l’occasione non perdeva un secondo. Come tutti i bambini tra l’altro.

Era un parchetto dove all’interno c’era una piscina con le palline colorate e una struttura con un piccolo percorso ad ostacoli, quelli tutti fatti di gomma in cui i bambini devono salire e scendere. Niccolò si tolse il giubbotto e ci si tuffò senza pensarci troppo. Quando giocava era felice e non pensava più di tanto a quello che accadeva al di fuori del suo divertimento, infondo doveva pensare alle cose “da grandi” già troppo per i sui gusti e quindi quei momenti di tranquillità cercava di goderseli il più possibile. Cercava di essere il bambino che era. Rideva e completava il percorso a ostacoli spensierato e con forse un po’ di tristezza dovuta al fatto che da lì a poco il viaggio sarebbe finito e sarebbe tornato a casa alla routine di tutti i giorni.

——

Passata l’oretta in cui Niccolò poteva usufruire del parchetto i tre decisero di avviarsi all’aeroporto.

Nico ma perché sei sempre triste?

Chiese il padre…

Invece di essere contento che ti abbiamo portato a Disneyland.

Aggiunse ELLE come se fosse ignara di tutto e quello strano fosse il piccolo maltrattato e picchiato.

Eh, l’aria qua è sempre tesa, lei (ELLE) sta sempre nervosa.

Provò a dire per una volta la sua il piccolo per difendersi e questo probabilmente non andò molto a genio al mostro…

In Aeroporto, erano arrivati finalmente e quindi corrono all’imbarco dove ad aspettarli c’era il body scanner (metal detector), posano tutti gli oggetti di metallo e passano. Prima il padre, poi ELLE e per ultimo Niccolò.

Quando passò Niccolò il metal detector si mise a suonare come se avesse qualcosa addosso, il piccolo spaventato si controllò e come lui già sapeva non aveva nulla. Provò una seconda volta e ancora lo stesso risultato. A controllarlo questa volta era l’addetto dell’imbarco che gli mise la mani in tutte le tasche e capì finalmente cosa stava facendo suonare lo scanner, era la nutella che aveva preso in hotel che mentre giocava si era rotta e si era tutta spalmata nella tasca dei Jeans… così “l’addetto” lo pulì in fretta e lo fece passare, con un sorriso, era bambino di 10 anni infondo… Lo sguardo del piccolo andò a ELLE, sapeva che era arrabbiata e infatti lo fulminò con lo sguardo.

Provò a dire per una volta la sua il piccolo per difendersi e questo probabilmente non andò molto a genio al mostro…

ELLE e il piccolo si ritrovarono nel bagno dell’aeroporto per pulire meglio il pantalone, tutto normale se fosse solo per questo. Ma purtroppo in bagno Niccolò ci era stato portato per essere preso a pugni dal mostro. Doveva sfogare la sua rabbia. Non capiva se era arrabbiata più per quello che aveva detto per strada o per il fatto che aveva sporcato il pantalone.

  • Sei un coglione.
  • Andicappato.
  • Stupido.
  • Ebete.

Oltre alle botte il piccolo si subì anche un bel pò di insulti gratuiti, quelli non mancavano mai, era come se il mostro li pensasse la notte e appena ne aveva l’opportunità glieli diceva…

Niccolò che da lì a pochi giorni avrebbe compiuto 10 anni vedeva gli occhi imbestialiti di quella “stronza” che lo stava picchiando. Per un motivo che non stava né in cielo né il terra. Prima uno schiaffo, per iniziare, poi i pugni mentre gli urlava. Niccolò veniva sbattuto a destra e a sinistra come fosse una piccola bambola nelle mani di ELLE. Poi il sangue, il labbro del piccolo sotto le percosse del Mostro si rompe ed inizia ad uscire sangue. In quegli instanti l’unica cosa che Niccolò sperava era che entrasse qualcuno a salvarlo, se ci fosse stato qualcun altro ELLE non lo avrebbe più picchiato e se la sarebbe cavata con quello che già aveva subito. Purtroppo però per il piccolo dalla porta del bagno non entrò nessuno. Possibile che nessuno doveva andare al bagno in quel momento? Neanche il padre era venuto a salvarlo. E così quello che gli restava da fare era subire.

Usciti dal bagno i due raggiunsero il padre che li stava aspettando, sul labbro del piccolo si intravedeva uno spacco a cui però nessuno fece caso, come avrebbero potuto, erano tutti di fretta per prendere l’aereo. Niccolò sapeva che aveva bisogno di aiuto, ma come tutti i bambini subiva passivamente tutto ciò che ELLE gli faceva senza riuscire a dire nulla a nessuno. Così l’unica cosa che gli restava da fare era continuare a SUBIRE, chissà per quanto tempo ancora…

Distruggere un bambino.

Il piccolo si guardava nello specchietto destro della macchina, dal lato passeggero, mentre questa si muoveva. I ricordi non sono chiari, ma è chiaro il ricordo di ELLE che guidava. Forse piano piano queste cose si cerca di eliminarle dalla propria testa per provare a dare spazio a ricordi felici.

Magari per tornare a sorridere. Magari come una volta. Magari come prima che “il tutto” iniziasse.

Niccolò si chiedeva se tutto quello fosse reale, molte volte gli era capitato di non crederci. Pensava fosse tutto uno scherzo o un gioco. Si sa, la fantasia dei bambini porta con l’immaginazione a trovare giustificazioni a tutto. La fantasia di Niccolò lo aveva portato a pensare che magari lo stavano preparando a qualcosa di più grande, magari per avere dei superpoteri… Non poteva esserci altra spiegazione a tutto quel male gratuito che subiva da quel mostro.

Il piccolo nello specchietto destro di quella macchina si perdeva nei suoi pensieri, pensava e si specchiava senza neanche ascoltare più ELLE che affianco chissà cosa gli stava urlando o come lo stava deridendo. Quello che vedeva non era lui, era un bambino con una palpebra abbassata. Dopo quel pugno così forte non voleva proprio saperne di aprirsi come faceva tutti gli altri giorni. Non provava neanche dolore, solamente tanta umiliazione perché ancora una volta era stato picchiato ingiustamente (non ricordo il preciso motivo). Probabilmente non aveva detto qualcosa che gli aveva ordinato di dire alla madre o non la aveva aiutata a fare pace col padre dopo che avevo litigato. Un pugno in pieno viso.

Purtroppo però il problema non era la sua palpebra, quella anche con quel pugno, dopo un paio di ore sarebbe tornata a funzionare come sempre. Il vero problema era il suo sguardo, era vuoto e spento. Aveva perso quella luce che hanno solitamente tutti i bambini della sua età. Più Niccolò andava avanti con la sua vita è più realizzava che non c’era nulla di più grande. C’era solamente ELLE che si divertiva ad arrabbiarsi con lui, a insultarlo come fosse un oggetto e a picchiarlo per sfogarsi, perché era troppo nervosa o per motivi che fondamentale non avevano senso. Il tutto senza pensare alle conseguenze…

Il sorriso che aveva una volta, quel sorriso spensierato di un piccolo Niccolò dolce era ormai svanito. Nessuno cercava di aiutarlo, le persone che gli stavano attorno non capivano e non vedevano o facevano finta di non vedere. Perché avrebbe dovuto sorridere alla vita? Gli aveva dato solamente sofferenza, insulti e dolore fisico.

La vita gli aveva dato ELLE.

Sogni di Vendetta. #1

Questa volta era lui a picchiarla, a urlarle contro tutte quelle cose che pensava. Finalmente poteva farle pagare tutto quello che gli aveva fatto. Si sentiva leggero e si sentiva BENE.

Come biasimarlo?

Sfido chiunque a non essere felice di farla pagare a chi gli ha rovinato la vita e gli ha saputo solamente fare del male fisico e psicologico. La sua occasione era arrivata e fidatevi, non se la sarebbe fatta sfuggire per nessuna ragione al mondo.

Era iniziato tutto quando ingiustamente ELLE se l’era presa con il piccolo Niccolò, ancora, come era solito fare. Gli stava urlando contro colpe che il bambino non aveva, lo stava sicuramente insultando e probabilmente avrebbe alzato le mani. Come sapete dagli altri articoli del Blog in quella casa le violenze su Niccolò da parte di ELLE erano quasi all’ordine del giorno ormai.

Si era stancato, non poteva permettere che tutto questo avesse un seguito, doveva finire tutto e doveva finire al più presto, perché lui proprio non ne poteva più di subire da quel mostro botte e insulti senza aver fatto nulla.

Aveva perso la pazienza, finalmente aveva trovato la forza di ribellarsi a tutto quello schifo. Urlava, gli stava letteralmente urlando in faccia, proprio come faceva lei. Poteva ora dirle tutto quello che pensava, era solamente una puttana. ELLE lo guardava incredula, ora era lei che si trovava al suo posto, che subiva e che si sentiva come Niccolò.

Aveva iniziato a picchiarla, calci, pugni e tutto quello che Niccolò poteva fare ora poteva farla. Voleva farle male, voleva farle tutto il male che lei fino ad allora aveva fatto a lui. Vedeva sul suo volto il sangue che usciva dalle labbra e dal naso proprio come succedeva al piccolo quando era ELLE a fare violenza su di lui. Si sentiva BENE.

Non si sa come Niccolò si ritrovò con un coltello in mano, anche questa era un occasione da non farsi sfuggire.

In molti suoi sogni vorrebbe continuato e l’avrebbe uccisa, se ne sarebbe liberato per sempre e avrebbe finalmente potuto vivere la vita che meritava e che tutti i bambini del suo paese avevano. Ma quella mattina fu svegliato prima che lui potesse finire proprio dal mostro che il piccolo stava per uccidere nel suo sogno di vendetta.

Nulla di tutto quello era vero, era tutto frutto della sua immaginazione. Quando se ne rese conto era sveglio, ancora nel caldo delle coperte. Ma almeno durante la notte sicuramente sul volto del piccolo era spuntato un sorriso.

Sfido chiunque a non essere felice di farla pagare a chi gli ha rovinato la vita e gli ha saputo solamente fare del male fisico e psicologico. La sua occasione era arrivata e fidatevi, non se la sarebbe fatta sfuggire per nessuna ragione al mondo…

Educare con la Violenza.

Forse con la violenza fisica è possibile intimidire un figlio per spingerlo a fare esattamente ciò che vuole il genitore. Tuttavia, quelle stesse percosse si trasformeranno nel seme della sua mancanza di autostima e in una fonte di rancore. Verso i genitori certo, ma anche verso le altre persone.

La violenza mette i bambini in una situazione molto complessa: amore e odio al tempo stesso. Diventa difficile distinguerli quando chi dice di volerti bene in realtà ti sta facendo solamente del male. Inoltre, fa conoscere loro la paura. Il cuore di un bambino è molto sensibile e se viene ferito in modo costante, con il tempo diventerà una persona insensibile. Infondo i bambini sono come il cemento fresco, tutto quello che li colpisce lascia un’impronta.

Stato di una Violenza.

Credo che l’unica parola per descrivere a pieno come ci si sente mentre si subisce una violenza da parte di un’altra persona è “SOLITUDINE”. Ci si sente soli, abbandonati al proprio destino e a volte si ha la sensazione che tutte quelle cose orribili non finiranno mai. Si viene travolti da quel delizioso desiderio di voler raccontare tutto a qualcuno. Un desiderio dolce e appagante, che sul momento ti fa sentire leggero, quasi libero dal peso di quell’enorme masso, ma che appena si cerca di mettere in pratica ti sputa in faccia che probabilmente nessuno potrà capirti. Ti sputa in faccia la paura di essere ritenuto strano e la paura di essere allontanato “dagli amici” più di quanto probabilmente non si stia già facendo da soli, involontariamente. O magari ripensandoci meglio si pensa che…

Tanto comunque nessuno può far nulla.

Si, perché in quel momento il mostro sembra l’essere più forte su questa terra, che non ha avuto paura di fare Violenza su di voi e quindi probabilmente non avrà paura di fare tante altre cose. E sono proprio tutte queste “altre cose” che vi bloccano, perché voi vorreste scappare, correre via e spifferare tutto a tutti. Ma le “altre cose”? Come potrebbe reagire il mostro? Cosa potrebbe fare? “Lui” non ha paura.

Almeno, così era come si sentiva Niccolò. (anni 13)

Ricevere Violenza da un’altra persona, vi porterà quasi sicuramente a pensare di essere voi quelli sbagliati, ve lo sentirete dire spesso e altrettanto spesso ci crederete. Infondo, ci sarà un motivo se quel MOSTRO vi picchia tutti i giorni e vi insulta…

È così che ci si ritrova a rimuginare su invitanti desideri di libertà, paure inesistenti e conclusioni sbagliate. Infondo, è meglio ritrovarsi da soli che con persone che non ci capiscono. Perché diciamocela tutta, si sta già sopravvivendo ad un incubo che ci sembra senza fine. Cosa potrebbe mai peggiorare se si parla con qualcuno? Al massimo si potrebbe rischiare di tornare a vivere una vita normale. Ma credetemi se vi dico che è un rischio che vale la pena correre. Perché provare a VIVERE è sempre meglio che continuare a SOPRAVVIVERE…

Spettatore della sua Violenza.

Gli aveva bucato la manina. ELLE lo aveva colpito con così tanta forza e violenza che i dentini del pettine gli si erano infilati nella carne e gli avevano bucato la pelle. La sua mano ormai era ricoperta da tanti piccoli buchi da dove usciva il sangue. Quei buchetti sulla pelle chiara e ancora morbida del piccolo Niccolò (anni 13) sembravano come tanti crateri di un vulcano. BRUCIAVANO. Come se davvero al posto del sangue stesse uscendo della lava…

Era una domenica mattina, ci si stava preparando per andare ad una cerimonia, ad essere sincero non ricordo di che cerimonia si trattasse. Nell’aria nonostante fosse un giorno di festa c’era tensione, come ogni giorno. Colpa di ELLE. Ma ormai il piccolo Niccolò ci era abituato a vivere nell’ansia e nella preoccupazione che qualcosa di spiacevole da un momento all’altro sarebbe potuto accadere, non ci faceva neanche più caso. Il Padre e ELLE avevano appena finito di prepararsi quando Niccolò entra in bagno per finire le ultime cose. Lui infondo era felice, sapeva che quel giorno sarebbe potuto uscire per qualche ora da quella casa degli orrori. In presenza di altri, fuori non poteva succedergli nulla, non potevano fargli del male. FUORI.

Entrato in bagno il bambino si guarda allo specchio e si fa qualche smorfia poi, un sorriso. Era contento perché era vestito elegante e lui questa cosa la amava… da quel che so la ama ancora. Si era lavato i denti e dopo aver constatato che erano ben puliti, prende la cosa che in quel periodo andava di più e che Niccolò mai dimenticava di mettere, “la gelatina”. Il barattolo era quasi finito e il gel faceva fatica ad uscire, così Niccolò inizia ad agitarlo, nello stesso momento nel bagno con lui entra anche ELLE. Lo guarda. Gli prende il barattolo dalla mano e gli spruzza un po’ del prodotto sulla mano in modo che lui potesse metterselo fra i capelli. Per capire bene ciò che sta per succedere dobbiamo dire che Niccolò a causa delle numerose violenze di ELLE in qualsiasi situazione si trovasse in cui c’era anche lei aveva paura, ansia ed entrava in un vero e proprio stato di terrore. Infondo in quel momento era a qualche centimetro dalla donna che lo picchiava quasi ogni giorno, che gli aveva quasi rotto una gamba e che “quasi” voleva ucciderlo…

Ritornando a quel giorno. Niccolò con lo sguardo fisso su ELLE riusciva solamente a pensare che doveva fare tutto per bene, altrimenti quella giornata “felice” si sarebbe trasformata in un’altra come tante. Peccato però che fu proprio questo pensiero che lo fece sbagliare. Preso dal panico si alzò la mano alla testa e senza spalmare bene la gelatina, ne mise un bel po’ tutta allo stesso posto. Quando il piccolo si accorse della stupidaggine che aveva fatto era troppo tardi.

Sei proprio un coglione.

Il silenzio era ormai cosa passata, proprio come il pensiero di Niccolò di una giornata spensierata. ELLE aveva parlato.

Gli avrebbe tirato uno schiaffo?

Forse un pugno o perché no anche un calcio…

Gli avrebbe fatto male?

Erano queste le uniche cose a cui Niccolò riusciva a pensare in quel momento. Guardava ELLE tramite lo specchio che aveva difronte. Aveva preso un pettine.

“Forse vuole solamente sistemarmi i capelli” pensò inconsciamente il bambino. Inutile dirvi che non fu così…

ELLE iniziò a colpirlo in testa col pettine, i primi tre colpi raggiunsero il capo, sentiva i dentini del pettine che pungevano la pelle. D’istinto portò le mani in testa per proteggersi mentre ELLE continuava a colpirlo, forse una decina di volte ormai. Ora ad essere colpita era la manina del piccolo. Per la prima volta Niccolò era diretto spettatore della sua violenza, riusciva a vedere la cattiveria negli occhi di ELLE, aveva gli occhi di chi proprio voleva fare del MALE, era diventata tutta rossa e stringeva la lingua tra i denti, vedeva la sua rabbia e allo stesso tempo la soddisfazione mentre con forza lo picchiava. Ma quello che più di tutto lo sorprese fu il proprio riflesso, li non vedeva rabbia, ma solo Dolore tristezza e frustrazione. Tutto era riflesso dallo specchio come fosse una grande televisione, purtroppo per Niccolò però quello NON era un film. Il dolore che stava provando in quel momento era reale. Era la sua VITA.