Ma… sparirei anch’io.

“E se esistesse un pulsante che possa spingere e non far succedere tutte le cose che hanno complicato e stanno complicando la mia vita? Tutte le persone che non sarebbero dovute morire, sarebbero ancora vive e magari oggi avrebbero potuto aiutarmi. Non avrei mai ferito o deluso nessuno. Nessuno mi avrebbe mai ferito o mentito, o insultato, o picchiato, o fatto violenza e questo enorme casino sarebbe già risolto. Ancora non capisco perché tutto questo stia succedendo proprio a me, spero solo, un giorno di capirlo. Se spingessi però quel bottone, sparirei anch’io. Sono la persona che sono per via di quello che sta succedendo e quello che ho fatto. E a me piace questa persona. Questo me. Con i casini, con le ansie e tutto il resto. Il MOSTRO vuole farmi del male, ci sta riuscendo, ma allo stesso modo, involontariamente, mi sta rendendo più forte…

-Tratto da una pagina del Diario di Niccolò.(Anni 12)

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“Ogni volta era dolorosa come la prima”.

Lo aveva spinto con violenza sul divano, quel divano rosso su cui lui amava tanto rilassarsi quando in casa non c’era nessuno. Su quel divano rosso su cui lui si sedeva a immaginare cosa gli avesse riservato il futuro, si chiedeva spesso se un giorno avesse avuto il coraggio di scappare, di andarsene da tutto quell’orrore. Si chiedeva se sarebbe potuto essere un BAMBINO normale, un giorno, come tutti, che potevano giocare, uscire con gli amici, senza avere paura di chiedere il permesso e rischiare di essere insultati, derisi o anche picchiati. Sullo stesso divano su cui a volte si sedeva a pregare affinché tutto finisse.

Quel giorno Niccolò le aveva appena detto che non aveva fatto ciò che gli aveva ORDINATO il giorno prima, non ricordo cosa fosse con esattezza, ma potrei azzardare che gli impose di trattare male la madre come suo solito fare. Magari dicendole che era una cattiva madre o che non si era mai presa cura di lui e non meritava nulla. Ma Niccolò continuava a preferire le botte e la violenza da parte della fidanzata del padre piuttosto che trattare male la persona a cui teneva di più.

E infatti le botte arrivarono, Niccolò aveva una paura assurda, ma sapeva che almeno sua mamma stavolta poteva stare tranquilla perché non l’aveva trattata male. Il cuore gli batteva a mille e anche se ormai doveva essere abituato a essere picchiato così forte purtroppo ogni volta era dolorosa come la prima. O forse di più. Ogni volta sempre più forte. Un giorno sarebbe potuta arrivare a rompergli qualcosa probabilmente.

Infatti.

Dopo essere stato “spinto con violenza sul divano” Niccolò vede la gamba di ELLE alzarsi. Credeva gli stesse per tirare un calcio in pieno viso, cosi cercò di proteggersi, ma il calcio invece finì sulla coscia, dritto sul femore. Una volta. Due volte. TRE VOLTE. Sempre allo stesso punto e sempre con la stessa rabbia e forza. Il dolore che in quel momento stava provando Niccolò giuro non so proprio come descrivervelo. Il più forte che aveva sentito fino ad allora. Mentre il piccolo cercava di trattenere le lacrime, il suo volto faceva smorfie di dolore e ad ogni colpo urlava sempre più forte, lo sguardo di ELLE invece era soddisfatto e compiaciuto, senza alcun segno di pentimento o di dispiacere.

Quando la furia del mostro si placò l’unica cosa che ebbe la forza di dire il piccolo fu…

“mi hai fatto malissimo”

e la risposta rispecchiò esattamente lo sguardo di ELLE…

“non me ne frega niente”

Se ne andò in camera sua, lasciando il povero malcapitato lì steso sul divano. Il piccolo si accarezzava la gamba. Non riusciva a muoverla. Pensò che forse si era rotta. Provò più volte ad alzarsi e nonostante il dolore lancinante ci riuscì. Le lacrime scendevano lungo le sue guance. Fortunatamente la gamba non era rotta, ma come gli disse la madre dopo averlo visto zoppicare, probabilmente aveva avuto una contusione muscolare. Niccolò continuò a zoppicare per due settimane e ogni volta che poggiava il piede sentiva un dolore indescrivibile. Voi starete pensando che questa volta poteva sputare finalmente il rospo e raccontare tutto, infondo aveva un livido enorme sulla coscia e una contusione a provare il tutto. Ma ricordate una cosa, la paura è il sentimento più forte di tutti, la paura delle conseguenze, infatti quando la madre e il padre gli chiesero cosa avesse fatto, lui rispose semplicemente:

Sono caduto giocando a pallone…

Voi avreste avuto il coraggio di fare diversamente? Siate sinceri.

Sindrome di Alienazione Parentale.

“Le tecniche del genitore «alienante» comprenderebbero l’uso di espressioni denigratorie riferite all’altro genitore, false accuse di trascuratezza nei confronti del figlio, violenza o abuso (nei casi peggiori, anche abuso sessuale), la costruzione di una «realtà virtuale familiare» di terrore e vessazione che genererebbe, nei figli, profondi sentimenti di paura, diffidenza e odio verso il genitore «alienato» e poi crescendo nelle persone in generale”.

Inizio…

Alienatore: ELLE

Genitore Alienato: Madre

ELLE era a casa, lo stava aspettando come un cane randagio aspetta qualche passante che gli ceda gli avanzi del proprio spuntino. La madre lo stava riaccompagnando a casa del padre e “sicuramente il piccolo aveva tante cose da raccontarle”. Magari se aveva fatto tutto quelle cose che le aveva ordinato di fare o di dire alla madre. Cose che ELLE si era preoccupata di suggerirgli passo per passo, come un regista con gli attori del PROPRIO film. Intanto il piccolo era in macchina della madre e già a 10 min prima di arrivare dal MOSTRO aveva il cuore che quasi gli usciva dal petto, faceva respiri profondissimi e lunghi. Sembrava avesse appena finito di correre una maratona, o che stesse andando incontro alla morte. Lui non voleva tornarci in quella casa, sapeva a cosa stava andando incontro, cosa stava per succedere. Con la madre era stato bene, senza pensieri. Era un bambino NORMALE. Ma purtroppo i 10 min passarono in fretta, neanche se ne accorse il piccolo. Eppure quando era con ELLE il tempo non passava mai.

“Ciao mà”. Il bacio. Il tonfo dello sportello. Un grosso sospiro per cacciare l’ansia. Il fischio stonato del cancello ed era già lì davanti la porta. CLOC CLOC. Era fregato.

Lo aprì un sorriso a 36 denti, che lo invitò ad entrare. Il tempo di posare le cose in cameretta e la domanda era la stessa.

“Hai fatto quello che dovevi fare?”

La risposta era scontata quasi quanto la domanda. “No”.

ELLE si alza di scatto dal divano, la sua mano destra era sulla sua guancia per tirargli uno schiaffo e corre a prendere il telefono di casa. Lo porge violentemente e con insistenza al piccolo.

“Chiama tua madre e dille quello che ti ho detto di dirle”.

Ora Niccolò non poteva evitarlo, non era a casa della madre, era proprio difronte a ELLE e la paura è il sentimento più forte di tutti, più dell’amore che provava per la madre. Sapeva che gli avrebbe fatto male, tanto male se non le avesse parlato. Così prese il telefono e si prese il secondo schiaffo. Cercò tra l’elenco e chiamò. Quello che le dovette dire erano cose che non pensava assolutamente. Che umiliazione. Che tristezza nel cuore del piccolo. Lui non voleva dire quelle cose alla madre, non le pensava, ma ELLE era lì, accanto al telefono a dirgli tutto quello che doveva dire, per lo più insulti e cose riguardanti il fatto che lo aveva abbandonato e che ELLE era la sua vera madre perché lo aveva cresciuto. Parole NON vere, ma che se non fossero uscite dalla sua bocca gli sarebbero costate un bel po’ di insulti e botte…

L’episodio della Scopa.

A terra. Gliele stava dando così forti che quasi dopo il quindicesimo colpo il piccolo non sentiva più dolore, il sedere gli si era come addormentato, indolenzito. Il suo cervello aveva deciso di disconnettersi, per non sentire, per non soffrire. Si era anestetizzato. Era la prima volta che accadeva. Non era come quando giocando a pallone cadeva e si sbucciava il ginocchio (cosa che succedeva molto spesso) e decideva di far finta di non sentire il bruciore per continuare a giocare. In quel caso era una sua decisione, in questo invece era un meccanismo di difesa. MAI gli era successo prima di provare così tanto dolore fisico da addirittura non sentirne più. Ma non ne fece un problema, anzi gli andava bene, infondo, non stava più soffrendo. Ora per i restanti colpi, che non so bene quanti siano stati, più o meno una decina riusciva solamente a vedere la faccia di ELLE, piena di soddisfazione e un misto tra rabbia e felicità.

Poteva alzarsi ora che non sentiva più male sul sedere. Poteva. Ma rischiava che la scopa tenuta saldamente nelle mani di quel mostro potesse iniziarlo a colpire in altri parti e lui non poteva rischiare di ricominciare a sentire dolore. Ne aveva abbastanza. Poi se si fosse mosso sicuramente quella si sarebbe arrabbiata di più. Era la paura a tenerlo incollato al pavimento e alle mattonelle fredde che gli facevano da cuscino. Strano da dire, aveva paura che si potesse arrabbiare di più, ma infondo lo stava già picchiando, cos’altro avrebbe potuto fare di peggio? Ucciderlo?

Non so come andò a finire la sfilza di mazzate e neanche cosa successe dopo. So solo che Niccolò uscì da quella casa, c’era ancora il sole, la luce rifletteva sui suoi occhi lucidi e percorreva, come un piccolo sentiero di campagna, quelle striscioline più chiare lasciate sul volto dalle lacrime dei “primi quindici colpi”. Prese la bici e la trascinò a piedi fino al cancello così poteva aprirlo senza problemi. Lo richiuse. Salì. I suoi occhi si spalancarono, non poteva crederci a ciò che stava succedendo, il suo cervello aveva deciso di risvegliarsi proprio in quel momento. Appena Niccolò poggiò il sedere sulla sella, un dolore lancinante gli attraversò tutta la parte inferiore del corpo. Come caspita gli avrà colpito forte per non permettergli più neanche di sedersi? Si alzò di scatto. Poi pensò.

Non poteva rimanere ancora un minuto in quella casa.

Si fece coraggio e nonostante il dolore salì sulla sua bicicletta e partì. I motivi di tutto ciò erano che probabilmente Niccolò non aveva fatto bene qualche compito a casa o non aveva trattato male la madre al telefono come ELLE gli ordinava o forse era solamente arrabbiata perché aveva litigato col padre che non era a casa e voleva sfogarsi con qualcuno. Fatto sta che dopo un’ennesima violenza Niccolò ormai era fuori, lontano da quella casa. con il sedere dolorante e le lacrime che gli cadevano dagli occhi come goccioloni. “Lontano da quella casa”, non ANCORA per sempre, ma massimo per due ore…

Ogni errore uno schiaffo.

I pomeriggi, quando Niccolò aveva più o meno 9 anni li trascorreva con ELLE, perché il padre lavorava spesso e il più delle volte era lei che lo andava a prendere a scuola, visto che non voleva che andasse con la Madre e lo obbligava a stare con lei. In quel periodo il MOSTRO gestiva un negozio di scarpe e quindi una volta preso da scuola, entrambi si dirigevano lì, dove ELLE poteva lavorare e Niccolò fare i compitini che gli avevano assegnato a scuola… e non solo. Si perché ELLE era solita assegnare al piccolo compiti extra che decideva lei, diceva che giocare e riposarsi era una perdita di tempo, non so bene il perché, forse le piaceva torturarlo anche così o voleva che il piccolo le facesse fare bella figura quando a scuola già sapeva tutto.

Quel giorno, Niccolò si sedette sulla piccola scaletta che usava come sedia e si appoggiò al bancone. Aveva pochi compiti e ELLE iniziò ad assegnargli delle operazioni da svolgere su un foglio di carta, la prima ondata andò bene, poi ancora e ancora. Niccolò un po’ per la stanchezza un po’ perché non gli andava più iniziò a fare qualche errore… 1,2,3 errori. ELLE ad ogni errore si arrabbiava sempre di più fino a quando iniziarono gli schiaffi per ogni sbaglio. Sempre più forti. Naturalmente il piccolo sotto pressione, per paura continuava a sbagliare e allo stesso modo ELLE continuava a picchiarlo. Le guance erano calde e rosse. Fino a quando ELLE lo afferrò per i capelli e gli sballottolò la testa a destra e sinistra per un bel po’. Il povero Niccolò ormai abituato a tutto questo cercava di non fare gemiti di dolore e mentre subiva riusciva solo a pensare a quanto odiasse quella donna. Perché lui era solo un bambino e non lo meritava. Fortunatamente era abbastanza sveglio da capirlo questo.

Per lei era una cosa anormale per un bambino di 9 anni fare questo tipo di sbagli,

Sei un asino, non sai fare niente.

questo era quello che gli ripeteva aggiungendo alla violenza fisica anche quella psicologica, come se non fosse mai abbastanza. Stanca di dover sopportare tutti quegli errori ELLE fece il giro del bancone, aveva lo sguardo indiavolato. Gli occhi sbarrati e la lingua stretta tra i denti, il passo deciso e pesante come sempre, si avvicinò e spinse il piccolo Niccolò giù dalla scaletta. Boom, era così arrabbiata. Ora lui era lì per terra, umiliato, deriso e malmenato perché a 9 anni aveva sbagliato delle operazioni di matematica.

Perché mi andava.

Era una normalissima giornata. Niccolò era un dodicenne appena tornato da scuola e per non sentirsi urlare contro o semplicemente per non farsi dire cose come,

  • Sei uno schifo.
  • Non farai mai nulla nella vita.
  • Non fai mai un cazzo.
  • Essere inutile.
  • Sei buono solo a perdere tempo.
  • Non vali niente.

appena finito di “mangiare” andava nella sua cameretta e anche se non aveva nulla da studiare prendeva qualche libro, lo portava in salotto e si metteva a leggere. Quel giorno stava leggendo qualcosa di italiano, qualche autore probabilmente anche se non ricordo bene chi. Nei suoi pensieri c’era tranquillità, infondo non aveva fatto nulla di male e stava “studiando” come ELLE voleva e quindi non aveva motivo di arrabbiarsi con lui. Fatto sta che quel giorno ELLE e il padre di Niccolò avevano discusso/litigato per un motivo che il Piccolo ancora non sapeva essendo da poco tornato.

Leggeva o se vogliamo dirla tutta faceva finta di leggere, intanto la tv era accesa e stavano trasmettendo “Cento Vetrine” quando d’improvviso ELLE si dirige nella sua direzione. Sentiva i passi che si facevano sempre più forti, ma non alzava la testa da sopra al libro. Non voleva attirare l’attenzione su di lui. Qualsiasi cosa sia successa tra il padre e ELLE non era colpa sua questa volta, voleva restarne fuori. L’unica cosa che si mosse del piccolo Niccolò furono gli occhi che ruotarono per vedere ELLE dove stesse andando. Era diretta proprio da lui, non dal padre come pensava, abbassò gli occhi e fece finta di nulla. La tranquillità d’improvviso fu interrotta e ora aveva lasciato il posto all’ansia. Cosa poteva mai volere? Quando capì perché ELLE stava andando da lui la sua guancia era già rossa. Gli aveva appena tirato un pugno in faccia come lei sapeva fare.

<Ahia> uscì spontaneo dalla bocca del piccolo che era lì tranquillo e non aveva fatto nulla.

<Perché, che ho fatto?> le chiese ancora dolorante e con la mano che arrazzava la guancia per auto consolarsi. La risposta di ELLE fu chiara e decisa, senza vergogna e pentimento.

<Perché mi andava.>

Era anche questo quello che il piccolo doveva subire. ELLE probabilmente era nevosa per fatti suoi, principalmente perché aveva litigato col padre e quello che ci andava di mezzo, quello con cui si sfogava senza ritegno e senza pietà era il bambino che abitava con lei.

Amen.

Se c’era una cosa che ELLE non permetteva era che Niccolò uscisse. Secondo lei doveva stare dal momento in cui arrivava da scuola fino alla sera tardi sui libri. Molte volte iniziava a studiare alle 14 e finiva a mezzanotte, per poi svegliarsi la mattina alle 6 per “ripassare”, cosa normale per uno studente delle superiori o dell’Università. Ma non per un bambino di prima media. Ogni domenica si svegliava alle 9:30 e andava a messa, era come se in quell’ora fosse contento. L’importante per Niccolò era non stare a casa. Alle uscite il pomeriggio gli veniva detto di no, ma alla messa poteva e Niccolò ne approfittava. Prendeva la sua borsetta a tracolla e partiva, alla volta di quell’ora di spensieratezza, lontano dai problemi. Lontano da ELLE.

Niccolò credeva molto in Gesù, credeva nell’esistenza di qualcuno di più grande che ci proteggeva e infatti con molto piacere e anche perché molti suoi amici lo facevano, durante la messa lui era lì con il prete a fare il chirichetto. DOVEVA esserci qualcuno. Sennò chi lo avrebbe aiutato a sopravvivere a ELLE?

Quando era solo a Casa molte volte si prendeva un po’ di tempo e pregava, chiedeva a quell’essere superiore di far smettere tutto quello che gli stava accadendo. Di far smettere a ELLE di picchiarlo, di insultarlo e di minacciarlo. Ma NULLA. Niccolò si inginocchiava e pregava invano, era come se nessuno lo stesse ascoltando o molto più grave che qualcuno lo stesse ignorando. ELLE continuava a fare violenza su di lui, calci, pugni, insulti.

Un giorno la preghiera che tutto potesse finire si trasformò in una preghiera di morte. Niccolò pregava con tutte le sue forze quando ELLE usciva da sola che facesse un incidente e morisse, a dirla tutta gli sarebbe andata bene qualsiasi morte. L’importante era che lui potesse finalmente vivere come un bambino normale.

Tutto questo fino a quando Niccolò smise di pregare, smise anche di andare a messa, anche se era l’unico modo per stare un po’ tranquillo. Per lui ormai non esisteva più nessun Dio.

<Spero che Dio non esista, perché se esiste è proprio uno stronzo>

Era questo ormai ciò che rispondeva sempre quando gli chiedevano se credeva. Infondo perché doveva continuare a credere in qualcosa che lo aveva lasciato solo. Perché continuare a parlare da solo con quello che ormai per lui era diventato solo un amico immaginario. Dio era la sua ultima speranza, L’UNICA e non lo aveva aiutato, aveva continuato a ignorare le sue preghiere. Intanto lui continuava a soffrire sotto le grinfie di ELLE…